Stonehenge
MONOLITI: l’opera del tempo ha inciso sul fragile tufo ma l’azione della mano dell’uomo è ancora ben visibile su questi preziosi monoliti.

SESTANTE: in questa roccia è incisa la direzione della stella Thuban, che era la stella polare degli Egizi e delle culture primitive della zona, i Rinaldoniani.

SOLSTIZIO D’INVERNO: foto del 8 febbraio 2008, giorno in cui avveniva il solstizio d’inverno 4300 anni fa. Come si vede il sole tramontando, solo in questo giorno dell’anno, si adagia esattamente nell’intercapedine scavata nella roccia.

SPECCHIO: Sembra che presso le culture primitive l’acqua e il cielo fossero simbolicamente connessi. Specchio per la volta celeste o ara sacrificale?

Gli stonenhenge di Poggio Rota:
Quattromilatrecento anni non hanno potuto cancellare quanto l’intelligenza umana già allora poteva. Ai tempi degli egizi, altre civiltà poco conosciute come quella dei Rinaldoniani, stanziatesi qui, lungo la Valle del Fiora, studiavano la volta celeste traendone preziose informazioni sul divenire delle stagioni e sull’avanzare del tempo, dimostrando di possedere un livello di conoscenza inatteso, non ancora valutato prima di questa scoperta.
Ma come avrà ragionato l’uomo di un tempo? Vivere a contatto con la natura lo fece un osservatore attento. Sicuramente fu incuriosito dal fatto che il sole tramontasse giorno dopo giorno non nello stesso punto, ma spostasse a sinistra il suo calare quando si andava verso l’inverno, ed a destra quando avanzava la stagione calda.
Pensò allora, prendendo come riferimento il colle dietro cui tramontava, di costruire un rudimentale mirino scavando una scanalatura sulla roccia. Guardando attraverso di esso aveva una percezione certa di quanto accadesse e di come ad un certo punto dell’anno, nella stagione fredda, quando il tramonto aveva raggiunto un punto massimo sulla sinistra, le giornate erano brevi ed il freddo era pungente.
Da quel dì, i tramonti tornavano a spostarsi sulla destra. Giudicò che quello fosse un giorno di svolta dove il freddo ed il buio cominciavano a cedere il passo alla luce, al tepore, al risveglio della natura.
Per noi è oggi il solstizio d’inverno, per lui allora un giorno magico, da dedicare a culti e riti propiziatori che favorivano l’avvento di un periodo di abbondanza e benessere. Il lento cammino del sole sull’orizzonte si concludeva mesi dopo, le giornate erano lunghe e calde e la natura era generosa di frutti e libagioni. Il nostro aveva frattanto inciso su un vecchio tronco delle tacche, una per ogni giorno trascorso e si rese conto come da un solstizio all’altro ne fossero passati 365. Aveva imparato a delimitare l’avanzare del tempo in periodi lunghi un anno. Era però andato oltre.
Avanzare nelle distese di boschi in luoghi sconosciuti significava spesso perdersi. Di giorno aveva il sole che lo guidava, ma di notte? Le stelle erano la soluzione, cosa c’è meglio di ciò che brilla lassù e sembra come indicare la via del ritorno. Il nostro uomo osservava attento e vide che certe, più luminose di altre ed in punti precisi del cielo servivano all’occorrenza, erano il riferimento giusto.
Una di esse fedele, gli indicava sempre una direzione e la chiamò Thuban, era il nostro polo nord. La cosa fu talmente importante per lui da sentire il bisogno di incidere una roccia che la indicasse, lasciando per sempre un segno. Scolpì così qualcosa di simile a quello che oggi chiamiamo Sestante.
I misteri da svelare per lui rimanevano però tanti. I fenomeni naturali, fra i quali la pioggia, il vento, i tuoni che accompagnavano i fulmini nelle notti buie, sfuggivano ad una spiegazione logica. Il suo istinto di sopravvivenza gli faceva avere paura del mondo dell’ignoto, paura della morte e della notte dell’essere. Usò ancora la roccia per confortarsi. Gli servi per comunicare col soprannaturale. Si perché doveva pur esserci qualcosa che spiegasse tutto questo e per lui gli spiriti dovevano presiedere a quel mondo. Solo loro potevano rassicurarlo dando spiegazione all’inspiegabile.
Scolpì allora la vasca votiva. Lì faceva riti propiziatori o forse chissà sacrifici per ingraziarseli. Oppure usava la stessa a modo di specchio per leggere nella volta celeste e comunicare con loro. Tutto questo in un luogo a lui sacro. Quattromilatrecento anni fa cominciava a germogliare nei suoi pensieri il germe della fede.
Alessandro Biondi